Quando la fotografia rallenta lo sguardo
Dal 11 aprile al 22 maggio 2026, 50 scatti di Mauro Raffini per dare voce ai riders, lavoratori in lotta per dignità e diritti.
Di Daniele Angius
Quali aspettative proiettiamo sulle fotografie “Riders… sfrecciano via veloci” del fotografo torinese Mauro Raffini? Stiamo guardando ciò che appare oppure ciò che desideriamo vedere?
Questa domanda è centrale perché mette in discussione il nostro rapporto con la realtà. Per provare a tratteggiare una possibile risposta, forse vale la pena soffermarsi sulla distanza che separa l’atto dell’osservare da quello del riconoscere. Il primo è un gesto ottico, un processo naturale e squisitamente biologico al quale difficilmente possiamo sottrarci. Riconoscere, invece, appartiene a un altro ordine di esperienza. È come distinguere una voce precisa dentro il rumore di una folla. Oppure come quando una finestra illuminata di notte smette di essere soltanto luce e lascia intuire la vita al suo interno: il mondo resta lo stesso, ma cambia il modo in cui scegliamo di guardarlo.
Tornando al tema dell’esposizione fotografica, visitabile ai Giardini Sambuy di Torino, possiamo dire che i riders sono figure fugaci che attraversano -sfrecciano- continuamente la città senza mai abitarne davvero l’immaginario. Benché percorrano ogni giorno i nostri spazi urbani — semafori, marciapiedi, pioggia, traffico — la loro presenza viene registrata e archiviata come elemento funzionale, quasi un effetto inevitabile della società contemporanea fatta di velocità e consumo. Come a dire: nel mondo delle consegne iper-veloci, ciò che rischia di non arrivare mai davvero è proprio la nostra umanità.
Ed è forse qui che le gigantografie di Mauro Raffini compiono il loro gesto più radicale: interrompono questo automatismo, invitando lo spettatore a sostare davanti a ciò che normalmente scivola ai margini della percezione. A colpire in questi scatti è infatti una forma di sospensione. I riders non vengono trasformati in simboli della precarietà, né in eroi romantici della città contemporanea. E non è un caso che spesso siano colti nelle pause silenziose che sembrano interrompere per un istante il ritmo impersonale della consegna.
I grandi zaini, le luci e i telefoni accesi, ma anche le mascherine, costruiscono un paesaggio in cui il corpo del rider rischia continuamente di dissolversi nella funzione che svolge. Eppure la fotografia interviene proprio lì, su quella soglia fragile tra visibilità e anonimato. Non per trasformare questi lavoratori in icone, ma per restituire loro tempo, peso, presenza.
Forse, mi sembra, è questo uno degli aspetti più profondi del lavoro di Raffini: mostrare che la vera invisibilità contemporanea non coincide con l’assenza di immagini, ma con l’abitudine a guardare persone reali come semplici elementi del paesaggio urbano.
E noi?
Richiamando il pensiero di Emmanuel Levinas, potremmo dire che noi veniamo “interpellati dal volto dell’altro”. Non perché questi volti comunichino informazioni, ma perché interrompono la neutralità del nostro sguardo.
Forse il punto più radicale di questo lavoro è proprio questo: insegnarci che l’invisibilità non nasce dall’assenza di immagini, ma dall’abitudine con cui le attraversiamo.


Commenti
Posta un commento