Quando il dolore diventa notifica
Daniele Angius, Quando il dolore diventa notifica
Che cosa accade alla relazione educativa quando il segnale di sofferenza non arriva più da una parola ma da una notifica?
Questa domanda è un aerolita. Non chiede come gestire un comportamento digitale, ma interroga il momento in cui il dolore non appare più come parola, bensì come segnale. Segnale qui non è una parola generica: indica la risposta automatica di un sistema quando viene rilevato il superamento di una soglia. Non dice “quel ragazzo sta male”, ma che il suo comportamento è stato letto dall’algoritmo come “rischioso”.
Ora, sul tema del digitale nelle relazioni di cura è già stato scritto molto. Forse non c’era bisogno dell’ennesimo articolo a spiegare gli effetti dei social. Ma proprio perché lo scenario cambia così rapidamente vale la pena soffermarsi, di volta in volta, su ciò che emerge.
Qualche giorno fa mi sono imbattuto in una notizia: a partire dall’inizio del 2026, Instagram invia notifiche ai genitori se i figli adolescenti cercano ripetutamente contenuti sensibili legati al suicidio o all’autolesionismo.
La notizia in sé non è sorprendente. Sappiamo infatti che negli ultimi anni i social sono sotto pressione e, per questo, hanno implementato sistemi di monitoraggio, presentandoli come strumenti di sicurezza preventiva.
Ma se queste innovazioni servono anche a proteggere un marchio, prima ancora di chi lo utilizza, allora forse vale la pena chiedersi quali effetti producano, realmente e simbolicamente, nelle relazioni di tutti i giorni.
Ecco allora che in queste brevi righe proverò a cimentarmi con una possibile risposta, facendo come al solito riferimento alla postura dell’adulto davanti al ragazzo. Con una differenza: qui il ragazzo è quasi assente, dato che il primo a prendere la parola è il dispositivo.
Il dispositivo che cosa fa? Osserva. Traduce. Anticipa. Ridefinisce i ruoli.
Forse qualcuno obietterà che l’algoritmo non elimina la relazione educativa. Ed è vero: la relazione non scompare. Ma cambia l’origine da cui prende forma. Perché, invece di nascere da una parola, viene preceduta da un sistema tecnico che individua i segnali prima delle persone.
Così il dolore non viene più percepito attraverso l’espressione di un soggetto, ma attraverso pattern di attività. Quante volte il “minore” ha usato certe parole? Quali contenuti ha cercato? Con quale frequenza li ha incontrati?
La sofferenza viene tradotta in segnale.
Che cosa rimane allora all’adulto?
Imaginiamo la scena: un genitore apre il telefono e trova una notifica simile a questa.
Abbiamo notato che il tuo adolescente (your teen) potrebbe aver cercato contenuti sensibili legati all’autolesionismo.
Nessuna storia, nessun contesto. Solo un segnale.
Se il dispositivo rileva e lancia l’allarme, l’adulto diventa, suo malgrado, il destinatario di un alert. Tocca a lui elaborare quel segnale, trasformandolo, se riesce, da puro dato statistico, a incontro.
Ed è qui che emerge il problema. Nella comunicazione di un fatto (“sono state fatte certe ricerche”), non c'è spazio per il contesto: non viene detto nulla, ad esempio, sul come o sul perché di quel comportamento.
Così l’adulto rischia di trovarsi di fronte a un sasso lanciato fuori dalla scena relazionale. In questa direzione possiamo dire che l’introduzione di un messaggio nella scena privata può essere percepita come enigmatica e, talvolta, perfino “seccante”. L’ennesima notifica da scrollare via prima che riesca davvero a interrogarci!
Ma c’è un ulteriore livello di analisi che merita di essere messo sotto il riflettore: e se la causa di quel dolore si nascondesse proprio nel luogo in cui la notifica arriva?
Pensando alla mia esperienza professionale di educatore posso affermare che, il più delle volte, i segnali di sofferenza dei ragazzi non nascono dal nulla, ma germogliano dentro contesti fragili, abitati, di solito, da adulti impreparati o semplicemente sopraffatti. Ecco allora che una notifica di questo tipo potrebbe essere percepita come un problema da eliminare.
Ma se è semplice liquidare la notifica con uno scorrimento, è assai più difficile fare i conti con il residuo che lascia: un sospetto, o un silenzio carico di angoscia.
Dal canto suo, il ragazzo, non avendo scelto di parlarne, potrebbe decidere di sottrarsi ancora di più. Perché a nessuno piace sentirsi smascherato
Vedete allora che un segnale di questo tipo non è neutro. Vedete che, anche quando appare come un semplice dato tecnico, produce effetti tangibili. Vedete come trasforma i nostri ragazzi in oggetti di rilevazione anziché in interlocutori.
Se mi si chiedesse di fare riferimento a una scena di un film per indicare questo processo trasformativo, penserei a tutte quelle pellicole distopiche che raccontano il controllo portato all’estremo. Penso a Orwell, certo, ma anche a The Truman Show. Più precisamente al momento in cui un faretto si stacca dal cielo e cade sotto lo sguardo confuso del protagonista. Quel faretto incrina le certezze e muove dentro Truman nuove contraddizioni.
Quanto è significativo quello sguardo, che poi è anche il nostro sguardo quando qualcosa rompe la normalità!
Un terreno così ricco di responsabilità dovrebbe far riflettere i cervelloni della Silicon Valley che, con troppa facilità, promuovono nuove tecnologie che rischiano di rivelarsi tanto più crudeli quanto più vengono percepite dai loro fruitori come sorveglianti invadenti. E allora accade che l’ideologia della prevenzione finisca per difendere e, al tempo stesso, fraintendere un terreno che non le compete. Perché non è compito dell’algoritmo svelare gli enigmi e le preziose ombre dell’essere al mondo. E nessun algoritmo, per quanto sofisticato, potrà mai sostituire la presenza di un adulto disposto a restare proprio lì, davanti a quell’enigma.
5 Marzo 2026


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