La fragilità come arma – Pinocchio, l'orfano e il lavoro educativo

Pinocchio, l'orfano e il lavoro educativo

Di Daniele Angius


Vorrei raccontarvi una storia. Una storia che ha come protagonista un Puer Aeternus, l'eterno bambino, Pinocchio. Eppure, questa volta, ci imbatteremo in un insolito rovescio: quello dell'orfano-burattino che riesce a salvarsi da solo. Senza magie. Senza fate. 

Lo so: è già stato detto tantissimo. E non escludo la possibilità che non vi sia alcun bisogno di quest'ennesima riflessione su uno dei libri più letti e conosciuti che esistano. Corro volentieri il rischio. D'altra parte sono fermamente convinto che le nostre parole – una sillaba alla volta – possono contribuire a dissipare quel velo di ignoranza che offusca  la nostra mente così evoluta e frammentata.

In sintesi penso che si tratti di una storia ancora molto attuale che, come un sasso gettato nello stagno, è ancora capace di animare la superficie.

Premessa fatta. Ora vi dico la mia.

Due versioni della storia

Nel film della Disney Pinocchio (1940), Mangiafuoco non si chiama così. Il suo nome  è Stromboli: un omaggio, secondo qualcuno, alle origini italiane dell'opera originale. Ma è anche un nome che richiama il vulcano, evocando fiamme, eruzioni e scoppi d'ira improvvisi. Insomma, il profilo perfetto per un personaggio malvagio che minaccia di gettare sul fuoco un burattino di legno.  

Andiamo con ordine. 


Dopo lo spettacolo, Pinocchio vorrebbe tornare subito da Geppetto, ma Stromboli lo rinchiude in una gabbia di legno, con l'intenzione di sfruttarlo per i suoi spettacoli e, quando non servirà più, bruciarlo come legna. Jiminy Cricket tenta di liberarlo, ma il lucchetto è troppo resistente. Dunque: tutto appare perduto e, come si dice, una tragedia annunciata. E invece,  accade qualcosa.  Interviene la Fata Turchina: Pinocchio le racconta bugie, il naso si allunga, lei lo rimprovera, lui si pente e lei lo libera con un colpo miracoloso di bacchetta, avvertendolo che sarà l'ultimo aiuto. Eccetera eccetera: vai e non peccare più.

È un classico deus ex machina: un intervento divino, spettacolare e moraleggiante, ma artificioso rispetto alla soluzione più umana del libro originale.

Ma che cosa accade nel libro originale?

Nel romanzo di Collodi, le cose vanno diversamente. Lo dico senza giri di parole: Pinocchio si salva da solo. Senza magie, senza fate. Come ci riesce? Facendo leva sulla sua “orfanità” per corrompere - intenerire- l’anima del suo carceriere. Orfanità. Ho già parlato di questo concetto in passato. Lo riassumo così: Pinocchio non ha forza, astuzia o potere e la sua unica strategia di sopravvivenza è proprio palesarsi nella sua fragilità.

L'episodio del burattinaio si presta benissimo a questa lettura interpretativa (ma c’è poco da interpretare, ragazzi: è davvero così) Davanti al terribile mangiafuoco, Pinocchio, sentendosi spacciato capisce di dover interpellare lo sguardo dell’altro: prima offrendosi al posto di un altro burattino, poi raccontando la miseria del suo babbo e i sacrifici che ha fatto. Cito dal testo:

“Il giorno dipoi Mangiafoco chiamò in disparte Pinocchio e gli domandò:

— Come si chiama tuo padre?

— Geppetto.

— E che mestiere fa?

— Il povero.

— Guadagna molto?

— Guadagna tanto quanto ci vuole per non aver mai un centesimo in tasca. Si figuri che per comprarmi l’Abbecedario della scuola dovè vendere l’unica casacca che aveva addosso: una casacca che, fra toppe e rimendi, era tutta una piaga.

— Povero diavolo! Mi fa quasi compassione. Ecco qui cinque monete d’oro. Va’ subito a portargliele, e salutalo tanto da parte mia. —”


Quindi Mangiafuoco si commuove – starnutisce, segno fisico dell'emozione – e non solo lo libera, ma gli regala cinque monete d'oro. Ecco che, secondo Collodi, il bambino non può sperare di salvarsi con un intervento divino, tanto meno con la forza. Ma si conquista la salvezza strappando all'altro un sentimento.

Ma cos'è davvero l’orfanità?

L'orfanità, secondo la mia esperienza di “educando”, prima, e di educatore, più avanti, è una condizione ampia e tacitamente collegata all’idea archetipa della vittima-innocente. Si tratta in realtà di un’assenza: quella del diritto a esistere. Più concretamente: di poter contare su una rete che sostenga. L'orfano è colui che non ha nessuno che risponda per lui, nessun “adulto” che faccia da scudo tra lui e il mondo.

Questa condizione, nella letteratura per l'infanzia, è spesso il punto di partenza. Ma non è mai un punto d'arrivo. La storia dell'orfano – da Pinocchio a Oliver Twist, da Heidi a Harry Potter – è sempre la storia di qualcuno che deve imparare a esistere senza permesso, a costruirsi un posto nel mondo con le proprie mani, a conquistare ciò che agli altri viene concesso per nascita.

E il lavoro educativo?

Qui la riflessione diventa concreta. Perché l'orfanità non è solo una condizione narrativa: è una realtà che migliaia di bambini vivono ogni giorno, anche quando i genitori ci sono. Bambini invisibili, bambini non ascoltati, bambini che crescono in contesti di povertà educativa, affettiva o relazionale. Bambini non sognati.

Chi lavora nei contesti di fragilità dovrebbe tenere a mente questo aspetto. I nostri ragazzi a volte non sembrano proprio cucciolotti spaventati, anzi, sembrano nascondere con estrema cura la loro parte ferita. Eppure, è proprio questo “nascondersi” o “tacere” a fungere da passaporto per la relazione.

In estrema sintesi, l'educatore, l'insegnante, l'allenatore, non potendo sostituire un genitore, sono chiamati più di chiunque altro a guardare dentro “l’orfanità” dell’altro. E questo, potrebbe rappresentare il punto di partenza per una relazione autentica. Senza facili vittimismi. Senza miracoli. Con l’unico meraviglioso intento di restituire all’altro la profondità di uno sguardo attento e capace di accoglierlo.


La pedagogia della fragilità

Tornando ancora un momento alla storia, se c'è una lezione che possiamo trarre da Pinocchio – e da tutti gli orfani della letteratura – è che non si sopravvive cancellando le fragilità, ma imparando con il tempo a farne un uso più consapevole. Il lavoro educativo più autentico non è quello che fornisce risposte, ma quello che insegna a fare domande. Non è quello che apre la gabbia con un colpo di bacchetta, ma quello che mostra al bambino che lui stesso può smuovere il mondo intorno a sé – con le sue parole, con le sue lacrime, con la sua ostinata, fragilissima umanità.

Qualcuno potrà giudicare questa soluzione un po’ troppo sentimentale e un po’ troppo poco realistica. Lo capisco e percepisco questo rischio. Mi convinco pensando che, se Pinocchio avesse accettato passivamente il proprio destino, probabilmente non si sarebbe salvato. La letteratura per l'infanzia è piena anche di bambini che non ce la fanno. Sto pensando alla Piccola fiammiferaia di Andersen, agli innumerevoli bambini abbandonati dei Grimm, e alla protagonista cieca di The Hapless Child che muore investita dal padre creduto morto. Tutti questi personaggi muoiono perché non sanno – o non possono – giocarsi la carta della propria orfanità.



Qualcuno potrebbe obiettare che li sto giudicando, o peggio li sto rendendo responsabili delle proprie disgrazie. Ma come potremmo aiutare qualcuno, se dall’altra parte non avessimo qualcuno disposto a raccogliere la corda che gli lanciamo? Come potremmo fare gli educatori se non fossimo capaci di considerare gli altri come i soggetti della propria storia?

Come dice Arlecchino a Pinocchio, dopo lo starnuto di Mangiafuoco:
«Buone nuove, fratello. Il burattinaio ha starnutito, e questo è segno che s'è mosso a compassione per te, e oramai sei salvo.»

Missione compiuta Pinocchio: alla faccia del burattino di legno.


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